Appare allora ipotizzabile che - prima di metter su bottega con il cugino e il fratello - il più giovane dei Carracci possa aver compiuto il suo primo apprendistato presso altri maestri[4], ma questa ipotesi, ad oggi, non è comprovata da alcun documento. In questo magistrale dipinto Annibale fonde l'eredità correggesca, richiamando nuovamente il Compianto Del Bono, con un vigore dei corpi e un nitore di disegno prettamente romani. Nelle prime opere si notano influssi di … Programma, quindi, in linea di continuità con la celebrazione dei fasti della casata, avviata dal Salviati e completata da Taddeo Zuccari nel sesto decennio del XVI secolo[29]. Furono allievi e collaboratori di Annibale Carracci (ma anche di suo fratello e di suo cugino) pittori che si riveleranno tra i migliori artisti del XVII secolo. Nel Cristo in Gloria con santi ed Odoardo Farnese[40] (Galleria Palatina), sant’Edoardo, patrono e primo re d'Inghilterra, presenta il Farnese al Redentore. Infatti, oltre alla produzione artistica personale, Annibale collaborò, a più riprese, con i parenti in opere collettive. Degno di menzione tra i collaboratori minori del Carracci appare anche Antonio Maria Panico (anch'egli bolognese). Lo stile sterile manierista precedente ha avuto il suo recupero ora nella pittura barocca nei primi anni del XVI secolo, riuscendo in una originale sintesi delle molte scuole. In questo torno di tempo, Annibale Carracci divenne il caposcuola di quello che fu definito, a partire dal Winckelmann, eclettismo, concetto che assumerà sempre più valenza negativa. MDCLXXIV/ ARTE MEA VIVIT NATURA, ET VIVIT IN ARTE/ MENS DECUS ET NOMEN, COETERA MORTIS ERANT». Eros, Anteros, Età dell'Oro, Il vero modo. Evidente, inoltre, è l'omaggio alla Pietà vaticana di Michelangelo, di cui Annibale riprende la composizione piramidale del gruppo e la posa della Vergine[39]. In che termini, però, è alle opere di questi anni che “si devono le sorti della pittura romana del Seicento”? L'esordio di Annibale Carracci sulla scena artistica è strettamente connesso all'attività del fratello Agostino e del cugino Ludovico. La fonte di gran lunga prevalente seguita dal Posner a tal fine sono state le Vite del Bellori. L'opera ci è nota quasi per intero tramite le stampe che ne trasse l'incisore parigino Simon Guillain (1618 - 1658), edite in volume nel 1646. Il quadro, completato da Annibale nel 1595 (benché commissionato molto tempo prima), fu realizzato di nuovo per la confraternita di San Rocco di Reggio Emilia (oggi è custodito presso la Gemäldegalerie Alte Meister di Dresda). A questa prima attività di Annibale risalgono alcuni dipinti di genere[8], come la Grande macelleria, oggi nella Christ Church Picture Gallery. Annibale Carracci, Il mangiafagioli, 1583-84. “La bottega del macellaio”: si tratta di una pittura di genere, dove è ripresa la tendenza fiamminga. Il sodalizio con Ludovico e Agostino e l'Accademia degli Incamminati, Donald Posner, tra i maggiori studiosi del Carracci, ipotizza, sulla base dell'analisi stilistica delle opere giovanili di Annibale, che egli possa aver svolto un breve allievato, sul finire degli anni Settanta del Cinquecento, presso la bottega di, Le critiche al dipinto di Annibale mosse dai pittori bolognesi contemporanei sono riferire da Carlo Cesare Malvasia nella sua. Probabilmente questa invenzione parte dalla ricerca fisionomica, cui Annibale in particolare si dedicò soprattutto agli inizi della sua attività, in cui venne inserito l'elemento burlesco e comico[65]. Infatti, ponendosi in linea di continuità con l'antica visione belloriana, questo primo processo di rivalutazione individuò nell'Annibale Carracci "romano" il capofila della corrente classicista della pittura barocca italiana, antitetica alla corrente verista, il cui fondatore è Caravaggio. In tal modo, però, si obliterava la forte tensione al vivo da cui, a Bologna, anche Annibale era partito e che egli perseguì con decisione, specie negli anni antecedenti al suo trasferimento a Roma[75]. Già il Bellori, nelle sue Vite (1672), considerava che Annibale Carracci nel raffigurare i paesaggi «ha superato ogn'altro eccettuando Tiziano». Di fondamentale importanza nello sviluppo della sua carriera furono i rapporti con il cugino Ludovico e il fratello Agostino – entrambi dotatissimi pittori – con i quali, agli esordi, tenne bottega comune e con cui collaborò, a più riprese, anche in seguito. La prima opera significativa in cui si avverte l'influenza dell'Allegri è il Battesimo di Cristo, del 1585, realizzato per la chiesa di San Gregorio a Bologna. La tematica non è, di per sé, una novità: opere di soggetto analogo sono infatti presenti sia in dipinti di scuola fiamminga (come, ad esempio, in quelli di Joachim Beuckelaer), sia in dipinti di scuola italiana, come in quelli di Bartolomeo Passerotti (bolognese come Annibale). Ambizione frustrata da Clemente VIII che si limitò a conferirgli solo l'evanescente titolo di protettore di quel regno[42]. MDCIX AET. Ad Annibale (ed Agostino) è attribuita l'invenzione della caricatura in senso moderno, cioè l'ideazione di ritrattini carichi (così li definisce la letteratura secentesca sul Carracci) in cui le caratteristiche fisionomiche di un individuo, e in special modo i suoi difetti, sono esasperati (per l'appunto caricati) sino ad ottenere un effetto ridicolo[65]. La serie ebbe grande successo, come dimostra il numero di edizioni succedutesi nel tempo, e rivestì un ruolo di rilievo per gli sviluppi futuri della pittura di genere italiana. È il dipinto (affreschi a parte) più grande del pittore e nella monumentale composizione una turba di umanità bisognosa e derelitta si approssima al santo che si spoglia di tutti i suoi averi[26]. Benché si tratti di un pittore oggi poco noto, le fonti su Annibale (Bellori e Malvasia) gli dedicano un certo spazio. Verosimilmente tra il 1593 e 1594 si colloca un'ulteriore impresa con Ludovico e Agostino: la decorazione di Palazzo Sampieri a Bologna. Le sue stampe si segnalano, oltre che per la qualità estetica, anche perché Annibale fu tra i pochi, al suo tempo, a produrre quasi esclusivamente incisioni originali, cioè basate su composizioni create ad hoc, mentre la prevalente attività incisoria contemporanea era, al contrario, di gran lunga dedicata ad una pratica di traduzione, cioè a produrre incisioni tratte da preesistenti dipinti[57], per lo più celebri[58]. La prima di queste, nel 1584, è la decorazione ad affresco di Palazzo Fava, a Bologna. E in questo anticipò Rembrandt, che anch'egli ci ha lasciato innumerevoli autoritratti[51]. In questa chiave, benché il lungo, definitivo, soggiorno a Roma ne abbia naturalmente influenzato e arricchito lo stile, minor credito ha l'idea di una drastica cesura tra Bologna e Roma, anche perché, come gli studi più recenti stanno acquisendo, il trasferimento nella città dei papi non significò affatto l'abbandono, da parte di Annibale, dei suoi modelli settentrionali, né, almeno in parte, della sua ricerca realista. La fortuna critica di Annibale Carracci fu ampia presso i suoi contemporanei, a partire dal giudizio di Giovanni Pietro Bellori che, nella sua prolusione all'Accademia di San Luca, raccolta nello scritto «L'idea del pittore, dello scultore, e dell'architetto»[74] (1664), indicò in Annibale il miglior interprete dell'ideale di bellezza che è compito degli artisti perseguire. Painters working under Annibale at the gallery of the Palazzo Farnese would be highly influential in Roman painting for decades. La novità della Grande macelleria di Annibale risiede, invece, nella sobria raffigurazione del lavoro di una bottega. See more ideas about annibale carracci, art, drawings. In 1582, Annibale, his brother Agostino and his cousin Ludovico Carracci opened a painters' studio, initially called by some the Academy of the Desiderosi (desirous of fame and learning) and subsequently the Incamminati (progressives; literally "of those opening a new way"). Annibale Carracci eccelse anche come incisore, attività che esercitò, sia pure con delle interruzioni, sostanzialmente lungo tutto l'arco della sua vicenda artistica[56], in questo forse spinto anche dall'esempio del fratello Agostino, valente e prolifico incisore a sua volta. Significativa a questo riguardo è la realizzazione da parte di Annibale dei disegni[37] per una coppa d'argento che riscosse notevole ammirazione, ovvero la stesura da parte sua dei disegni utilizzati per la tessitura di paramenti sacri per conto del cardinale Odoardo[38]. Dello stesso anno è la Resurrezione di Cristo, opera di definitivo approdo alla maturità[21] che si segnala anche per la maestria con la quale è raffigurato il gruppo dei soldati romani a guardia del sepolcro, in parte dormienti in parte stupefatti dall'evento, nel dipingere i quali Annibale dà un notevole saggio di abilità compositiva e di padronanza degli scorci[22]. Giovan Battista Marino salutò la morte di Annibale Carracci con questo madrigale: «Chi die' l'esser al nulla, ecco che ‘n nulla è sciolto. Bellezza che, nella visione del Bellori (che rimanda a concetti molto più risalenti e mostra un debito nei confronti delle teorie di Giovanni Battista Agucchi), deve sì partire dalla natura, ma deve elevarsi ad essa, non potendo l'artista, secondo questa impostazione, limitarsi alla sola riproduzione del reale quale esso appare agli occhi[75]. La commissione, oltre alla decorazione parietale, comprende la realizzazione di tre grandi tele – e anche in questo caso ognuno dei Carracci deve realizzarne singolarmente una – da utilizzare come sovrapporta, in ciascuna delle stanze oggetto della campagna decorativa. Come risulta da varie fonti, Annibale Carracci cadde, a partire dal 1605, in uno stato di profonda prostrazione che Giulio Mancini descriverà come «estrema malinconia accompagnata da una fatuità di mente e di memoria che non parlava né si ricordava». L'opera in cui si conclama questa nuova fase della parabola artistica del più giovane dei Carracci è la Madonna in trono col Bambino e santi (opera anch'essa realizzata per Reggio Emilia e ora nella Gemäldegalerie di Dresda) che mostra una forte vicinanza con il Matrimonio mistico di santa Caterina d'Alessandria del Caliari (1575 circa), ora conservato presso le Gallerie dell'Accademia a Venezia. All'incirca nel medesimo periodo, con il fratello e il cugino, Annibale torna a Palazzo Fava, luogo della prima opera comune dei Carracci, per affrescarvi un altro ambiente con un fregio dedicato alle Storie di Enea. Data la sua presumibile giovanissima età all'avvio di questa esperienza (ma in verità la sua data di nascita è incerta) è probabile che egli, nella bottega dello zio, abbia avuto un ruolo marginale. Infatti, l'avvio della collaborazione con Ludovico (e Agostino), risale all'inizio degli anni Ottanta del Cinquecento, quando Annibale, quindi, è già più che ventenne e ottiene (nel 1583) una rilevante commissione pubblica, improbabile per un quasi esordiente. Annibale Carracci è il più ambizioso dei tre e vuole uscire da Bologna. Nello stesso Palazzo Farnese, Annibale, in questo caso coadiuvato da Agostino e probabilmente con l'intervento di alcuni aiuti, pose poi mano alla decorazione della Galleria. Anzi, aprendo le porte ad una nuova era della storia dell'arte: il barocco. Olio su tela, 158x152 cm. Di alcuni dipinti si discute se si tratti dell'originale di Annibale ovvero della copia di un allievo, mentre in altri casi l'incertezza è tra Annibale o suo cugino Ludovico. Carracci, Annibale Carracci a Bologna. Crocifissione e santi , cm. 1595: Annibale, con il cugino Ludovico, giunge a Roma al servizio del cardinale Odoardo Farnese. La profonda afflizione degli ultimi anni lo accompagnò sino alla morte, pare senza remissioni significative. Si tratta di Giovanni Paolo Bonconti, discepolo di Annibale oggi quasi dimenticato; la lettera è dell'agosto 1599. Contrariamente a quanto avveniva in molte opere fiamminghe e italiane più o meno coeve e di soggetto analogo, Annibale non ha dipinto i personaggi con fattezze grottesche e in pose triviali, egli ha preferito raffigurare la dignità dei lavoratori di questa macelleria, mostrando tra l'altro un particolare interesse per il dato naturale[5]. Proprio all'arte incisoria, il Carracci dedicò alcune delle poche opere certamente collocabili durante il periodo della sua infermità (dal 1605 in poi). 305 x 210 Chiesa di Santa Maria della Carità Bologna. Intorno al 1588 la pittura di Annibale vira in modo deciso verso il gusto pittorico veneziano e in special modo in direzione di Paolo Veronese. Il più giovane dei Carracci praticò il disegno sia come esercizio, disegnando dal vero o copiando opere antiche, sia come mezzo di studio e preparazione di dipinti o incisioni – molteplici, ad esempio, sono i disegni preparatori della Galleria Farnese –, ma anche come opera finita in sé. Annibale meanwhile developed hundreds of preparatory sketches for the major work, wherein he led a team painting frescoes on the ceiling of the grand salon with the secular quadri riportati of The Loves of the Gods, or as the biographer Giovanni Bellori described it, Human Love governed by Celestial Love. Riproduzioni artistiche e realistiche di Annibale Carracci. Although the ceiling is riotously rich in illusionistic elements, the narratives are framed in the restrained classicism of High Renaissance decoration, drawing inspiration from, yet more immediate and intimate, than Michelangelo's Sistine Ceiling as well as Raphael's Vatican Logge and Villa Farnesina frescoes. While the Carraccis laid emphasis on the typically Florentine linear draftsmanship, as exemplified by Raphael and Andrea del Sarto, their interest in the glimmering colours and mistier edges of objects derived from the Venetian painters, notably the works of Venetian oil painter Titian, which Annibale and Agostino studied during their travels around Italy in 1580–81 at the behest of the elder Caracci Lodovico. XXXXIX/ CAROLUS MARATTUS SUMMI PICTORIS/ NOMEN ET STUDIA COLENS P. AN. Il catalogo delle opere di Annibale Carracci, quindi, verosimilmente non può dirsi ancora definitivo, non potendosi affatto escludere, con il miglioramento dello sfruttamento di fonti sinora sottoutilizzate, possibili nuove aggiunte[82]. Significativa testimonianza della sostanziale improduttività di Annibale determinata dal deterioramento della sua salute si rinviene in uno scambio epistolare del 1605 tra Odoardo Farnese e il duca di Modena Cesare d'Este. Per il dipinto, a lungo ritenuto del Domenichino, è stata autorevolmente proposta, ricevendo considerevoli consensi, l'autografia di Annibale, sia per ragioni stilistiche, sia cronologiche[54]. Anche la fondamentale monografia di Donald Posner (1971), benché testo per molti versi ancora imprescindibile per lo studio di Annibale Carracci, avallò (e consolidò) questa concezione[78]. Forse, è almeno in parte del Carracci, invece, la pala d'altare fatta per cappella Herrera, raffigurante San Diego di Alcalà presenta il figlio di Juan de Herrera a Gesù (1606 circa). Per ragioni non note questo progetto venne abbandonato e la campagna decorativa del palazzo ebbe avvio, verosimilmente nella tarda estate del 1595, partendo dal Camerino del cardinale, ove venne raffigurato un ciclo allegorico che per ha protagonista Ercole. Il ritratto di Monsignor Agucchi spicca nella produzione ritrattistica di Annibale non solo per qualità esecutiva, ma anche perché l'unico, allo stato attuale delle conoscenze, collocabile con certezza nel periodo romano del pittore. Si tratta di due rilevanti esempi dell'approccio naturalistico al ritratto di Annibale Carracci. Altro, più evidente, omaggio al Correggio - e in particolare al Compianto Del Bono - è la Pietà con i santi Chiara, Francesco e Maria Maddalena[16], realizzata da Annibale nello stesso anno per la chiesa dei Cappuccini di Parma (e ora nella Galleria nazionale della stessa città). Roma fornisce ad Annibale una visione di grandi opere (Michelangelo, Raffaello…). Questa tavola del Carracci è famosa anche perché “dialoga” con gli ancor più noti laterali di Caravaggio, siti nella stessa cappella, raffiguranti la Crocifissione di san Pietro e la Conversione di san Paolo. Quanto agli affreschi, complessivamente dedicati alle storie di Ercole, sono di mano di Annibale la scena di Ercole guidato dalla Virtù (soffitto) e quella dove Ercole punisce Caco (sul camino)[23]. Gli affreschi farnesiani - vertice assoluto della vicenda artistica di Annibale Carracci - ispireranno successivamente altri grandi artisti, quali Lanfranco, Pietro da Cortona, e successivamente Andrea Pozzo e Giovan Battista Gaulli, autori tutti di spettacolari volte affrescate - in chiese e palazzi - che sono tra le più mirabili produzioni della pittura barocca, di cui gli Amori di Annibale sono l'incunabolo. Le dimensioni sono quasi reali, le forme sono monumentali. Nel 1593 il pittore realizza una pala d'altare raffigurante la Madonna col Bambino in trono e santi (nota anche come Pala di San Giorgio, dal nome della chiesa bolognese cui era originariamente destinata), dipinto in cui parte della critica ha visto un contributo più o meno ampio (a seconda delle diverse posizioni) dell'allievo Lucio Massari, ma che da ultimo è stato decisamente riattribuito alla piena autografia di Annibale[19][20]. Quali che fossero le ragioni della melanconia di Annibale, questo stato patologico influì sulla sua ultima produzione che si fece più rara e, in alcuni casi disomogenea, per il frequente ricorso ad aiuti, anche se, più complessivamente, l'esatta cronologia delle ultime opere del Carracci è ancora oggetto di molti dubbi e incertezze[66]. Interessanti sono soprattutto le annotazioni di Bellori che attestano l'intervento di Annibale in un'opera del Panico (La Messa di Paolo III, nella chiesa del Salvatore a Farnese) o la possibilità che alcuni dipinti ritenuti opera dell'allievo, siano in realtà del maestro[72]. In questa stessa chiave, anche il luogo comune di un Annibale Carracci in tutto antitetico all'altro gigante della pittura italiana del primo Seicento, Michelangelo Merisi, inizia ad essere oggetto di rivisitazione critica, cogliendosi tra i due maestri – pur tra le evidenti e profonde differenze di stili, di interessi artistici e di traiettorie umane e creative – anche punti di contatto e reciproche influenze, percepibli soprattutto durante l'iniziale soggiorno romano di entrambi che fu quasi contemporaneo[81]. Questo giudizio entrò in profonda crisi alla fine del Settecento e quasi per tutto l'Ottocento. L'opera è unanimemente considerata uno dei capolavori maggiori del Carracci e venne verosimilmente eseguita per una cappella privata dei Farnese, forse nello stesso palazzo romano, forse per una delle diverse dimore periferiche della casata (ora la tela è nel Museo di Capodimonte).